Certe volte mi metto il cappello di Hello Kitty

Ultima modifica 5 Dicembre 2019

La prima cretinata che ha inaugurato la mia carriera di padre?
Durante il travaglio la mia compagna stava impazzendo di dolore.
Per regalarle un po’ di sollievo, l’ostetrica ci suggerito di metterci schiena contro schiena, affinché potessimo scaricare un po’di pressione dai reni.
Ma io, che in quel momento non ero esattamente lucidissimo, ho frainteso e, invece di sostenere lei, le ho poggiato addosso tutto il mio peso.
Pensavo che il rilassamento dovesse essere reciproco, non necessariamente quello della donna che stava partorendo con dolore.

Ho avuto Alice fra le braccia prima di della mia compagna, perché in quell’ospedale non c’era il nido e lei, dopo aver fatto il cesareo, era ancora sotto anestesia.
Hanno lavato la piccola davanti a me, l’hanno vestita, me l’hanno presentata e io ho detto:

“E che ci devo fare?”

Nei film di solito i bambini li infilano in una culletta e tu li guardi dietro un vetro, sorridendo per una mezz’ora a un marmocchio qualsiasi prima di scoprire che non è il tuo. Ma lì il vetro non c’era. C’ero solo io.

L’ho afferrata così come pensavo fosse giusto, poi l’infermiera mi ha spiegato come prenderla in braccio.

Esattamente al contrario. Vabbe’ – ho pensato – cominciamo bene…

Non siamo tipi ansiosi, io e la mia compagna, ma la prima notte che Alice è arrivata a casa ha pianto fino alle cinque del mattino e la cosa ci ha sconvolto non poco.
Non sapevamo come comportarci…
Dopo lunga e coscienziosa analisi del problema abbiamo finalmente capito (non ricordo chi dei due) che forse era il caso di cambiarle i pannolino.
E già… Questa rivelazione vi sconvolgerà, ma vi svelo un segreto: dopo otto/nove ore è cosa buona e giusta cambiare i bebè, se no urlano come dannati.

Quando Alice aveva sette mesi siamo andati in Svezia e Norvegia a fare il giro dei fiordi.
Era agosto altrimenti, freddoloso come sono, quel viaggio mi avrebbe fatto secco. Quelli sono paesi straordinariamente attrezzati per le famiglie.
Anche nell’autogrill più sperduto ci sono le aree gioco per i bambini e il fasciatoio, rigorosamente marchiati Ikea. E’ forse per questo che, forse per involontaria riconoscenza, la cameretta di Alice oggi sembra una succursale del loro catalogo.

Abbiamo dormito in una baita sperduta nel nulla, in mezzo alla montagna vista lago.
I proprietari potevano essere anche lupi mannari, non abbiamo mai avuto modo di verificarlo, una roba perfettamente in linea con il film Venerdì 13. Abbiamo trovato le chiavi nella cassetta delle lettere e abbiamo lasciato i soldi sul tavolo quando siamo andati via. Non abbiamo mai saputo chi fosse il proprietario. Abbiamo viaggiato spesso con la nostra bimba, tranquillamente. Non ci siamo mai posti un problema in questo senso.

Ho preso il congedo parentale per tre mesi, per prendermi cura di Alice.
Mi sono alternato a sua madre con estrema naturalezza, nella nostra famiglia non esiste il concetto dei ruoli ben definiti.
E non mi sono mai sentito in difficoltà (ufficialmente), ma ufficiosamente sono entrato nel panico quasi subito, perché la mia compagna si tirava il latte e lo metteva nel congelatore. Le ho telefonato a lavoro un giorno in cui non riuscivo a capire perché la bimba piangesse disperata. E lei, Dio solo sa come, ha capito che avevo combinato qualche casino nello scongelare il latte e che gliene avevo dato una quantità inferiore al previsto. Perciò, aveva semplicemente fame.

Alice l’ho svezzata io, un po’ per questioni pratiche, visto che la mamma all’ora di pranzo era a lavoro, un po’ perché la mia compagna era convinta che così avrei scongiurato il pericolo del conflitto con il cibo che molti bambini instaurano con la madre. Anche il pediatra era dello stesso parere. Più che imboccarla le lanciavo la pappa addosso in ordine sparso. Da uomo, non mi rendevo pienamente conto che essere ricoperti di cibo potesse essere un problema.

La paternità mi ha migliorato perché ho finalmente sconfitto la mia idiosincrasia nei confronti delle responsabilità e delle pratiche burocratiche.

Sono uno che detesta mettere firme, io. Però, quelle che ho dovuto apporre per il riconoscimento della mia bambina, le ho messe con felicità. Dovevo riconoscerla perché io e la madre non siamo sposati; quella di diventare ufficialmente papà è stata la prima importante responsabilità che ho preso in tutta la mia vita.

Diventare padre mi ha regalato il senso di responsabilità.

Ma ha tirato fuori un aspetto del mio carattere che non avrei mai immaginato di possedere: sono geloso perso di mia figlia. Non amo intromissioni esterne, ovviamente tranne quelle della madre. Sono un po’ una gatta gelosa, io.

Io e la mia compagnia siamo completamente intercambiabili. Il mio orario di lavoro è più flessibile del suo, visto che sono un insegnante. E allora alle festicciole di compleanno e in piscina ce la porto spesso io. Non credo per questo di essere un “mammo”, ma semplicemente un genitore.

Nostra figlia cresce serenamente, senza chiedersi perché la mamma torna la sera tardi dal lavoro e senza alcun trauma, nonostante qualche volta mi dimentichi di togliermi dalla testa il cappello di Hello Kitty che mi infila per gioco. Un giorno ho trascorso un intero pomeriggio al parco conciato in quel modo. Soffro il freddo da morire, io, e avevo dimenticato a casa il mio berretto da uomo.

Pino

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