Ultima modifica 10 Ottobre 2019

Si parla sempre della Svezia, e della Scandinavia in generale, come del posto ideale per crescere i bambini, grazie al supporto dello stato, al clima di libertà e rispetto e alla sicurezza.
Io andrò un pochino controcorrente e parlerò anche dell’altra faccia della medaglia, ovvero dei risvolti negativi che derivano dal modello svedese, e delle contraddizioni che caratterizzano la vita in questo paese.

Facciamo un passo indietro: sono capitata a Stoccolma per caso, quasi 10 anni fa, grazie a un libro che mi aveva regalato anni prima il mio prof di latino del liceo. Il libro era Lanterna magica in Ingmar Bergman, e i suoi pensieri, uniti alle descrizioni dei paesaggi algidi e silenziosi mi hanno irresistibilmente incuriosito, e così ho fatto il primo viaggio, da sola, a Stoccolma. Ci sono poco dopo tornata per lavoro per un periodo più lungo.
Ho incontrato due persone che sono ancora nella mia vita: una cara amica, e mio marito.

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Oggi vivo a Stoccolma con lui e le nostre due figlie, parlo svedese, e ho un rapporto di odio e amore con questo paese, che ha tanto da offrire ma non è certo il paradiso che molti credono.

Soprattutto, paradossalmente, per quanto riguarda i bambini.
Da un lato, lo Stato offre tantissimo alle famiglie con bambini: un supporto economico mensile indipendente dal reddito, per 18 anni. 480 giorni pagati per poter stare a casa con i figli. Qualsiasi luogo pubblico è munito di spazi gioco, locali per il cambio e accesso con carrozzine. In più, esiste la bellissima realtà della “öppna förskola”, ovvero l’asilo aperto: si tratta di migliaia di scuole sparse su tutto il territorio in cui i bambini da 0 a 6 anni possono andare, ma sempre insieme alla mamma, al papà (o nonni, tate ecc).
In questo modo i bambini si abituano all’ambiente della scuola materna accompagnati dalla presenza rassicurante dei genitori, e le mamme possono fare amicizia, cosa preziosa soprattutto per quelle che, come me, vengono da un altro paese.

La natura è poi sempre presente anche in una città grande come Stoccolma: splendidi parchi, laghi, foreste meravigliose. Questo è proprio ciò che amo di più della mia vita qui: la presenza rasserenante dei boschi, la possibilità di passarci ore e ore con le mie bambine.

Ma, dall’altro lato, si inizia a capire che qualcosa non quadra non appena si parte con la ricerca di un asilo vero e proprio. Spesso vicini alla natura, con ambienti sempre bellissimi, molto curati e accoglienti, i “dagis” (asili) svedesi non sempre (quasi mai) sono all’altezza della prima impressione positiva.
Gli insegnanti cambiano continuamente, un po’ perché spesso si tratta di tirocinanti con contratti brevi, o di personale giovane che non si ferma in un posto ma ne cambia diversi. Un po’ perché lo stato svedese – per fortuna! – dà la possibilità ai cittadini di avere figli presto e di prendere lunghi congedi di maternità o paternità, e si tratta certamente di una cosa bellissima di cui abbiamo ampiamente usufruito anche noi, ma il risvolto negativo è appunto la mancata continuità di presenza per chi lavora a scuola.

Si sottolinea sempre l’importanza della libertà e dell’autonomia dei piccoli, e anche questa è una bellissima premessa che però non è positiva per tutti: i bambini più timidi e fragili sono spesso vittime di bullismo fra l’indifferenza del personale e la preoccupazione delle famiglie.
La scuola, poi, sta attraversando una grave crisi in Svezia. Se altri paesi scandinavi, primo fra tutti la Finlandia, sono riusciti a coniugare libertà e responsabilità, garantendo anche un apprendimento sereno e senza competizione, la Svezia è lontana da questo traguardo. I dati PISA parlano chiaro: il rendimento scolastico degli svedesi è molto basso, ed è anche quello calato più drasticamente fra tutti i paesi convolati dal test.

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Oltre allo scarso rendimento, lo studio evidenzia programmi ridotti e affrontati in maniera superficiale, mancanza di ordine e disciplina e di un ambiente tranquillo in cui potersi concentrare.
Per quanto abbia scelto per mia figlia una delle scuole “migliori “, non posso che confermare tutto quanto.
Questo si unisce ad un clima in cui non si possono sgridare i bambini perché anche alzare la voce è considerato abuso, e quindi in pratica un bambino con atteggiamenti violenti può fare quello che vuole, gli si imporrà al massimo di chiedere scusa.

Quindi, è abuso alzare la voce, ma non è abuso guardare un bambino di 6 anni che ne maltratta uno più piccolo, senza intervenire. Come se non si potesse intervenire in nessun altro modo.
È questo che si intende per responsabilità?
Fare ciò che si vuole, tanto poi si chiede scusa?
Per fortuna non ci sono insegnanti autoritari, ma purtroppo non ce ne sono molti neanche di autorevoli. E le conseguenze di questo ambiente caotico e poco strutturato arrivano anche a casa, dove i piccoli sperimentano comportamenti che hanno visto o vissuto a scuola.

Temi delicati come sessualità, morte, suicidio vengono affrontati a scuola con leggerezza, superficialità e senza tenere conto delle conseguenze che questo può avere sulla sensibilità dei bambini.
Sempre in nome della libertà e dell’apertura mentale, non si protegge la loro innocenza, come se fosse antiquato rispettare i tempi della curiosità e delle scoperte.
Un esempio significativo, segnalatomi da una mamma americana qui a Stoccolma, è il film “bad moms”, da poco uscito al cinema. Il film è ovunque vietato ai minori di 16 anni per via dei contenuti sessuali molto espliciti e spesso volgari. Ovunque, ma non in Svezia, dove l’età prevista è dai 7 anni.
Credo fermamente che l’apertura mentale sul sesso e sul modo di parlarne ai bambini non si esprima esponendoli incondizionatamente a qualunque contenuto.
Al contrario, penso che si esprima parlando loro con serenità e chiarezza, senza tabù ma con rispetto, trasmettendo l’importanza e il valore dei loro sentimenti e del loro corpo, perché possano affrontare con consapevolezza le sfide e gli incontri che la vita immancabilmente presenterà.

Quindi vivo in un paese al contrario, in cui molti bambini a 8 anni leggono ancora sillabando “perché i bambini sono piccoli e si fa con calma” ma usano espressioni che farebbero impallidire uno scaricatore di porto.

La letteratura svedese per l’infanzia è popolata da bambini indipendenti, intelligenti, fantasiosi e pieni di risorse per affrontare il mondo senza però perdere il proprio candore.
Dove è finita questa bellissima eredità?
Ecco, la mia sfida finché vivrò qui – e di certo non sarà per sempre – è di lasciare che le mie bambine siano bambine, cercando di assecondare i loro tempi e di radicare in loro un senso di fiducia nel proprio istinto e una chiara consapevolezza delle proprie emozioni e del loro valore, luci che le accompagneranno in qualunque luogo, anche quando non le terrò più per mano.

La redazione del magazine. Nato nel maggio 2013, da marzo 2015, testata registrata al tribunale di Milano. Mamme di idee rigorosamente diverse commentano le notizie dell'Italia e del mondo, non solo mammesche.

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