Ultima modifica 10 Ottobre 2019

Leggo questo articolo e subito mi viene da pensare alla diatriba che si sta scatenando qui a Kenosha sul “dress code“. Il distretto scolastico di Kenosha impone delle regole piuttosto rigide sull’abbigliamento degli studenti. O forse sarebbe più corretto dire delle studentesse.
Sì perché per lo più riguarda l’abbigliamento delle ragazze.

Gonne, vestiti, pantaloncini devono essere almeno a metà coscia.

Niente leggings o yoga pants a meno che non siano coperti da una gonna/tunica/camicia lunga che arrivi a metà coscia. Il top (maglia, camicetta, canotta) non deve essere trasparente e deve essere lunga a sufficienza da coprire la pancia. La biancheria non deve essere visibile (non deve intravedersi nemmeno la spallina del reggiseno!).  Le canotte sono ammesse solo se la spalla è coperta. I vestiti devono essere puliti e senza buchi.

Abbigliamento non consentito: pantofole, pigiama, magliette con scritte che inneggiano armi, alcol o droga, catene, gioielli, piercing o tatuaggi ritenuti offensivi o che possano essere distrazione durante la lezione.

Ci sono alcune studentesse, appoggiate anche da alcuni genitori e insegnanti, che si stanno ribellando.

abbigliamento scuola

Sostengono che il problema non è il loro abbigliamento quanto la testa dei ragazzi che vedono una scollatura o una minigonna come un richiamo sessuale.

E secondo me hanno pienamente ragione.
Nella testa dei maschi, quel maledetto cromosoma Y, fa credere loro che se una ragazza ha la minigonna o una maglietta scollata o se lascia intravedere la spallina del reggiseno, significa automaticamente che “CI STA“.

Forse, oltre a discutere l’abbigliamento appropriato, bisognerebbe prima educare i maschi (e non solo gli studenti!).

A questo punto forse sarebbe davvero più semplice usare la divisa, così anche io non dovrei più discutere ogni mattina con una figlia ribelle. Ogni tanto arriva a casa con una felpa o una maglietta della scuola perché il suo abbigliamento è ritenuto inappropriato.
E lei, giustamente, sostiene che devono occuparsi di rieducare i maschi anziché perdere tempo con l’abbigliamento delle ragazze.

Intanto però è lei a dover modificare il suo modi di vestire. Per ora.
Ma proprio lei doveva diventare la paladina della rivolta?

Nata ad Ivrea, con il mio compagno condividevo un sogno: vivere in America. Ed è grazie a lui e al suo lavoro (il mio l’ho perso a causa della crisi) che il nostro sogno si realizza.

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