Il bilinguismo non è solo una questione di lingua

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Ultima modifica 10 Ottobre 2019

Il tema del bilinguismo è molto attuale, ormai in quasi ogni classe c’è almeno un bambino bilingue: si tratta di uno dei tanti aspetti della multiculturaltà, quella meravigliosa ricchezza che caratterizza il mondo di oggi, e la pluralità delle sue voci.
Diversi studi dimostrano che i bambini bilingui hanno una maggiore elasticità mentale, e una spiccata capacità di osservare ogni situazione da diverse prospettive, caratteristiche che manterranno nel corso della vita.
E in effetti, che cos’è una lingua, se non una finestra che si apre sul mondo, lo osserva, lo ascolta, lo esprime?

Ci sono diversi tipi di bilinguismo: una famiglia monolingue che si trasferisce in un altro Paese, per esempio, parlerà la propria lingua in casa e i bambini acquisiranno la lingua locale a scuola (bilinguismo consecutivo).
Altre famiglie invece nascono dall’incontro tra due culture, e avranno quindi due lingue al loro interno, se non addirittura tre (bi- o trilinguismo simultaneo).

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Io e mio marito veniamo da due Paesi diversi, lontani più dal punto di vista culturale e linguistico piuttosto che geografico. Le due ore di aereo tra Italia e Svezia, infatti, non rendono giustizia alle grandi differenze tra questi due paesi, uno nordico e uno mediterraneo, e ai loro due sguardi spesso diamentralmente opposti sulla vita.

Quando ci siamo conosciuti, ci parlavamo soltanto in inglese, eppure eravamo affascinati dalle reciproche lingue madri.

Lui sfogliava il mio diario in italiano, io i suoi quaderni di appunti e pensieri in svedese, consapevoli di avere tra le mani qualcosa di prezioso, eppure totalmente incomprensibile. Ora, a quasi 10 anni di distanza, e con due figlie con noi, il bilinguismo fa parte della nostra vita quotidiana, insieme all’inglese, che non abbiamo mai abbandonato.

Adoro le lingue, da sempre: sono la strada che ho scelto attraverso il mio percorso di studi.
Lo svedese non era previsto, ma impararlo dal padre delle mie figlie è stata ed è una meravigliosa avventura.

Per le nostre bambine, l’italiano è la lingua della mamma e lo svedese quella del papà, e l’incontro tra le due lingue, i “pasticci” a metà tra l’italiano e lo svedese che solo noi possiamo capire, sono una modalità normale di comunicazione, sono la lingua della nostra famiglia.

Le prime parole di mia figlia maggiore sono state in svedese, perché i vocaboli sono più corti e più facili da catturare e ripetere. Quando ha iniziato a comporre piccole frasi, ha iniziato a mischiare le due lingue, o a usare verbi svedesi coniugandoli in italiano.

Ne uscivano frasi adorabili, una specie di lingua segreta comprensibile solo a noi.
A 3 anni, andando contro al mio istinto, l’ho inserita all’asilo in Italia.
Si è trattato di un inserimento difficile, perché non eravamo pronte per il distacco.
Il tutto, comunque, è durato solo qualche settimana, perché poco dopo ci siamo trasferiti in Svezia, dove l’ho tenuta a casa con me mentre lavoravo saltuariamente come traduttrice.

I primi anni dei nostri bambini sono preziosi, meravigliosi, irripetibili, e sono le basi di tutto quello che verrà in seguito.

Non voglio rinunciare a questi anni, per nulla al mondo.

Mi pento di quelle poche settimane in cui mia figlia si è trovata immersa in un contesto in cui non poteva spiegarsi, in cui le sue parole risultavano incomprensibili. La maestra mi aveva consigliato la logopedia, ma io sapevo che non c’era niente da correggere in lei, aveva solo bisogno di tempo.
Con la sua sorellina non ripeterò questo errore, non la forzerò, neanche per qualche settimana.
Adesso so per certo che, indipendentemente dal bilinguismo, un bambino non dovrebbe essere inserito in un asilo finché non è in grado di spiegare chiaramente come si sente, cosa gli passa per la testa e per il cuore.

Mia figlia, dopo una felice prima elementare in Italia, ora frequenta serenamente una scuola elementare internazionale a Stoccolma, legge, scrive e parla in italiano e svedese e sta iniziando a scrivere le sue prime storie in inglese.
Riceve lettere dai suoi amici e dalla maestra in Italia e risponde, raccontando la sua esperienza qui.
Saltare l’asilo non l’ha lasciata impreparata per le elementari, tutt’altro. È uscita dal nido quando era pronta per spiccare il volo. Ora a scuola ha amiche greche, cilene, russe, amici svedesi e americani. Si insegnano parole nelle reciproche lingue e hanno alle spalle storie simili: partenze, lontananze, nostalgie.

Per noi il bilinguismo non è solo una questione di lingua.
È l’aspetto più tangibile del nostro vivere a cavallo tra due luoghi, con il cuore sempre contemporaneamente presente e rivolto altrove, sempre sospeso tra felicità e malinconia.

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