Il maestro di Foligno non è razzista. Riflessioni da insegnante

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Il maestro di Foligno non è razzista.
Me lo hanno detto ed io ci credo.

Per una mezza giornata abbondante ci sono cascata anch’io, con tutti i piedi.

Ero indignata, perché un fatto del genere ti tocca subito le corde nascoste della rabbia. Incomprensibile. Inaccettabile. Poi inizi a pensare a Foligno.
Una città accogliente da decenni. Una città in cui anche io ho lavorato come assistente domiciliare ormai 20 anni fa, per un servizio di sostegno ed aiuto nei compiti, attivato dal comune, per aiutare i bambini linguisticamente in difficoltà, perché in Italia da poco tempo.

Anche nelle scuole della città scorre una linfa di integrazione e, voglio dirlo perché merita.  Da poco è nato un progetto meraviglioso in continuità con la vena accogliente di questa terra: l’associazione “Nel nome del rispetto”. Una realtà che da tre anni propone serie ed autorevoli iniziative, proprio per promuovere la capacità di convivere e comprendere le difficoltà altrui all’interno delle scuole umbre.

In un contesto del genere, il maestro razzista viene riconosciuto molto prima che arrivi ai livelli urlati dalla stampa nazionale.

In realtà, avendo ascoltato il maestro nel collegamento telefonico al programma Porta a Porta, lasciando da parte i commenti dei politici che come sostanza avevano solo il “si vergogni!”, ho capito.

maestro foligno

Un insegnante che nomina il prof. Diego Baroncini ed il suo esperimento sociale in una scuola secondaria di Ravenna, non può essere razzista.

Lui voleva ripercorrere l’esperimento che, diciamolo, ha colpito molti insegnanti e anche diverse testate giornalistiche che lo hanno descritto… in purezza, perché in effetti aveva il suo profondo perché: un esempio vissuto in prima persona dell’assurdità delle deportazioni e dell’Olocausto.
Non so se lo conoscete: qui potete trovarne la descrizione.

Tanta roba in quell’esperimento, per me validissimo, ma in quel contesto e con ragazzini più grandi, in grado di operare un distacco adeguato per comprendere, senza sentirsi sopraffatti: una classe della scuola secondaria, con ragazzini di 12-13 anni, in un modo delicato e strutturato… pensato.

Pensando all’idea del maestro di Foligno, mi viene in mente il trasporto, poco o per niente strutturato, di un insegnante inesperto che ripropone “l’esperimento” facendo 3 grossi errori.

In primo luogo i bambini più piccoli sviluppano capacità critica solo di qualcosa che è esterno a loro e che possono “guardare” più o meno da lontano.
Se li rendi protagonisti di una scena per loro reale, si sentono, a seconda dei casi, difesi o attaccati, senza riuscire a comprendere: le emozioni prendono il posto di tutto.
Anche se li avesse avvertiti “Bambini ora facciamo un esperimento, una scenetta che vi farà pensare”, dicendo poi al bambino di colore di girarsi per non essere guardato, loro non sono stati in grado di collegarsi al senso preteso.

Non hanno operato il distacco: troppo piccoli.

Infatti sono andati tutti intorno al bambino per dimostrare la loro solidarietà.
Questa non è la dimostrazione che l’esperimento sia riuscito, ma solo la prova che c’erano dentro e si sono giustamente arrabbiati per qualcosa di ingiusto fatto da chi ha tradito la loro fiducia: l’unico adulto responsabile.

E la prova che si vogliono bene: questo è stato verificato.

Ecco, da insegnante di primaria posso dire che avrei preferito altre strade per colpire le menti dei bambini, che pure devono conoscere una delle più grandi follie della storia dell’uomo.

Un altro errore è stato quello di fare “l’esperimento” solo con i bambini del corso di alternativa alla religione.

Certi argomenti vanno affrontati collegialmente, secondo me, portando tutti i colleghi a conoscenza di ciò che si vuole fare in classe.
Poteva proporre ciò che voleva fare agli insegnanti corresponsabili che, forse, l’avrebbero dissuaso. E sarebbe stato meglio: di solito le cose di getto, con i bambini, è bene non farle. Soprattutto se hanno un gigantesco significato storico e sociale come quello della shoah.

Il terzo grande errore che forse denota mancanza di esperienza, è che noi insegnanti abbiamo in classe figli che non sono nostri.
Leggiamo spesso che i genitori di oggi, in generale, sono assenti, spazzaneve, distratti. Ecco, non tutti.

Ci sono genitori che seguono i figli.

Persone che poi raccontano dicendo ciò che è realmente accaduto o ciò che hanno emotivamente percepito, anche sbagliando, anche omettendo, esagerando o minimizzando, ma che vengono ascoltati.
Ed è un bene e una grande ricchezza, se ciò accade.

Con i bambini bisogna essere chiari e trasparenti.
E’ importante, perché se poi il messaggio non va bene per la loro età, essi riportano ciò che sanno… che corrisponde esattamente a ciò che hanno provato, senza mediazione e senza filtro critico.

Ecco, pensavo, parlarne prima anche con loro, i genitori, sarebbe stato prudente e giusto. Certe cose “forti” vanno condivise.

L’unica cosa: il genitore che ha passato sui social la notizia forse avrebbe fatto bene a correre dal maestro per chiedere subito spiegazione, spegnendo lo smartphone.
Perché? Io non difendo più la categoria per tanti motivi, però questo tempo da notizie bomba, senza il minimo di accertamento della verità, mi spaventa.
A voi no?

Perché ci sono errori ed errori.
E’ giusto comprendere se siano gli uni o gli altri, per onestà intellettuale… lontana anni luce dalla politica e dalle strumentalizzazioni.

Volevo fare l’archeologa… invece sono moglie, mamma, sorella e maestra e per me è più che sufficiente, anzi, ottimo. Sono una donna “orgogliosamente media”, ma decisamente realizzata, che non si annoia neanche un po’…

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