Ultima modifica 10 Ottobre 2019

Fin dal mio primo viaggio in Giappone, mi sono resa conto che i rapporti familiari in questo paese funzionano in maniera leggermente diversa, rispetto a quello che conosciamo.

Prima di tutto, la collocazione geografica assume un ruolo fondamentale: non si tratta solo di una caratteristica giapponese, succede in qualsiasi parte del mondo. Chi vive in una grande città ha la fortuna di sperimentare un tipo di vita più aperto, e questo si riflette anche nei rapporti familiari.
Chi, invece, vive in periferia, o nelle molte zone rurali di questo paese, può correre il rischio di ritrovarsi in una situazione familiare “cristallizzata”, in cui i rapporti familiari sono regolati da consuetudini antiche.

famiglia_giappone

Mi è capitato di conoscere entrambe le categorie di persone.
Ma, come potrete immaginare, posso parlare di quella che è la mia esperienza in una zona giapponese di campagna, dove i rapporti familiari seguono ancora regole del passato.

Qualche anno fa avevo una studentessa prossima alla laurea fra i miei studenti: certo, in quel caso la giovane età giocava un ruolo fondamentale, ma devo dire che sentirmi dire che non aveva interesse a incontrare i suoi genitori tanto spesso era stata una sorpresa! Non vivendo vicini, pensavo che comunque esistesssero dei momenti condivisi da tutta la famiglia, magari per le ricorrenze comuni. Ma in questo caso stavo ragionando all’italiana.

La seconda sorpresa era arrivata subito dopo il matrimonio.
Fra le congratulazioni avevamo ricevuto anche una cartolina da una zia, una cartolina veramente carina e semplice che mi aveva spinta a chiedere a mio marito qualche notizia in più. Ma chi era questa zia? Come mai non la avevo mai incontrata?
La risposta era stata questa: lei e la sorella vivono, con le rispettive famiglie, a Osaka (quindi a portata di treno), sono sorelle di mia suocera e mio marito e suo fratello erano soliti passare coi cugini le vacanze estive quando erano piccoli. Fino a qui mi seguite, vero? Niente di diverso rispetto a una comune infanzia coi familiari, così come può capitare in qualsiasi famiglia e in qualsiasi parte del mondo.
E qui arriva il punto: “da quanto tempo non vi vedete?”
Mio marito mi aveva risposto tranquillamente, che non si vedevano da quando erano piccoli, praticamente da una vita intera.

Ovviamente, anche la mia curiosità e desiderio di andare a conoscere direttamente queste due zie gentili sarebbe stata fuori posto… (Siamo sposati da sei anni, abbiamo un bambino di quattro e ovviamente non abbiamo mai incontrato le zie di Osaka).

Rapporti genitori – figli nella famiglia di mio marito.

Fin da quando li ho incontrati per la prima volta un aspetto era sempre stato chiaro: mi trovavo di fronte a una famiglia molto tradizionale. All’interno del nucleo familiare, la madre si preoccupava di tenere i rapporti fra figli e marito, il quale difficilmente parlava direttamente coi ragazzi e se lo faceva si trattava di un momento in cui lui era costretto a riprenderli per uno sbaglio di qualche tipo.

Nessun contatto diretto quindi tra figli e padre, tutto viene gestito dalla madre.

Parliamo, ovviamente, di bambini dai tre anni in su, chiaramente qualsiasi genitore non rinuncerebbe per niente al mondo al momento in cui i bambini passano dalo status di neonato a quello di piccolo membro della comunità.

Le cose fra loro sono cambiate solo nel momento in cui il padre, mio suocero, è andato in pensione. Ritrovandosi con un sacco di tempo libero, il prototipo del padre giapponese di altri tempi ha cominciato a parlare di tutto. Per noi vederlo cambiare in questo modo è stata una sorpresa!
E devo ammettere che così mi è diventato simpatico, perchè ci ha finalmente mostrato il suo cuore.

E noi, che tipo di rapporto abbiamo con il nostro piccolino?

Fin dal principio mio marito mi ha chiesto di continuare a supportare il bambino, a essere sempre presente per tutte le sue necessità e i momenti di sconforto. Certo, ci sarebbe stato anche lui, ma si attribuiva il compito dell’educatore-dispensatore di punizioni.
Per me non è stato difficile accontentare mio marito: per carattere, e disposizione d’animo non sono portata per atteggiamenti duri e inflessibili, quindi il ruolo del supporto mi si addice perfettamente.
Non avendo nessuna esperienza pratica, avevo il timore di sbagliare, di esagerare col lassismo senza fornire nessun insegnamento utile. Dalla mia avevo solo il grande amore che mio figlio nutre per questa mamma imperfetta, e ho cercato di farne tesoro.
Nessun ordine perentorio, tanto dialogo, e – all’occorenza – un solo dito minaccioso puntato verso il figlio colpevole, accompagnato da un tono di voce netto e definitivo.
Non ci credevo, ma ha funzionato e continua a funzionare a dovere anche adesso.
Magari non serve minacciare puntando il dito, ma mio figlio sa perfettamente cosa può chiedermi o meno, e non prova a strafare perchè conosce già la mia risposta. Per il resto, come è giusto che sia, siamo una coppia ben affiatata, e quando andiamo in giro insieme è sempre una festa.

Il rapporto col padre funziona diversamente: per questioni di lavoro mio marito passa molto tempo fuori casa nei giorni feriali, cercando poi di recuperare durante i giorni festivi. Si trova quindi spesso e volentieri a dover coniugare la voglia di fare qualcosa insieme al figlio con la grande stanchezza accumulata in una settimana di lavoro. In queste condizioni i risultati, qualche volta, non sonoo molto brillanti.
Il bambino aspetta suo padre, durante la settimana si vedono molto poco perchè il lavoro a Osaka porta via parecchio tempo, per cui mio marito deve uscire di casa quando il bambino dorme per tornare intorno alle otto di sera, quando ci si prepara per andare a dormire.

Gli inizi sono stati faticosi per entrambi: mio marito tende a preoccuparsi parecchio, e nostro figlio è un piccolo terremoto. Suo padre ama le regole, le rispetta e si impegna per farle imparare al bambino. Insomma, lasciarli soli comportava una certa dose di stress anche per me. Poi, piano piano, le cose sono cambiate: mio figlio ha cominciato a avvicinarsi a suo padre, e lui gli ha fatto – finalmente – qualche piccola concessione.
Da allora sono una bella coppia: ci sono momenti di litigata ma i sentimenti che li legano sono visibili a occhio nudo.

E uno spettacolo del genere è il meglio che potevo sperare: siamo una famiglia, e ci vogliamo bene.
Tutto il resto (problemini quotidiani, malattie infantili, difetti di comunicazione con le persone che abbiamo intorno) non sono importanti perchè possiamo superarli insieme. E, oserei dire, per fortuna.

Vivo in Giappone dove insegno agli adulti che vogliono imparare la mia lingua, mi sono sposata e, quattro anni fa, è arrivato il nostro piccolino. Dopo di lui sono arrivate pure delle soddisfazioni sul lavoro, e ho cominciato a lavorare per un'università della zona in cui vivo.

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