Lettera aperta a Giancarlo Talamini Bisi il Prof che voleva bocciare le Sardine

Ultima modifica 28 Aprile 2021

Gent. Prof. Giancarlo Talamini Bisi

io e Lei non ci conosciamo ma, mio malgrado, ho seguito le Sue vicende sui social in questi ultimi giorni e mi sento in dovere di dirLe ciò che penso.

Prof. Giancarlo Talamini Bisi

Non credo leggerà mai questa lettera aperta ma ritengo importante che il mio pensiero sia pubblico e – qualora accadesse – sarei lieto di parlarLe direttamente per confrontarci sulla distanza tra il Suo e il mio pensiero riguardo a ciò che dovrebbe essere la responsabilità che entrambi abbiamo nei confronti delle nuove generazioni con cui ci troviamo quotidianamente a lavorare.

Le scrivo, infatti, in qualità di genitore e di educatore che ben conosce la fatica di trovarsi di fronte a giovani menti che spesso sembrano assenti, intorpidite, assuefatte rispetto a tutto ciò che accade loro attorno. Ma anche stupito (almeno per quanto mi riguarda) dall’energia, dall’entusiasmo e dal valore di ciò che accade nelle loro teste. Al netto della naturale confusione che possono comunicarci.

Premetto che non intendo attaccarLa per la sua preferenza politica (che potrebbe essere la stessa mia o diametralmente opposta, poco importa) o per le Sue dichiarazioni.

Ognuno dovrebbe essere libero di esprimere ciò che pensa, senza dover necessariamente attraversare una gogna mediatica.

Ci sono però un paio di argomenti sui quali vorrei poter ragionare liberamente con Lei, nella speranza che il dialogo si possa trasformare in cambiamento. Quel cambiamento che, noi per primi, dovremmo essere in grado di instillare nei ragazzi con cui ci confrontiamo quotidianamente.

Innanzitutto il nostro ruolo di adulti.

Non è uno scherzo essere adulti oggi, anzi spesso questo compito si trasforma in un miraggio, una fatica, un fardello pesante che non sempre siamo in grado di portare. Perché essere adulti significa esercitare il senso di responsabilità verso chi abbiamo davanti. Bambino o adolescente che sia.

Non è un compito facile, per nulla. Ma quando si sceglie un ruolo istituzionale (ed essere un docente è rivestire un ruolo istituzionale!) bisogna adoperarsi per svolgerlo al meglio. Occorre ricordare che il nostro pensiero deve necessariamente essere messo in secondo piano, che le nostre convinzioni o stili di vita non possono diventare qualcosa che influenzi gli altri.  Perché il nostro compito non è quello di istruire o di plasmare gli altri a nostra immagine e somiglianza.

Il compito di un adulto deputato a formare le nuove generazioni è quello di fare in modo che queste apprendano la capacità di ragionare (anche in modo differente dal nostro), di costruire un’abilità di osservare il mondo in modo critico così da poterlo anche mettere in discussione (perché questo è ciò che gli adolescenti devono fare [sic!]), di de-costruire ciò che ruota loro intorno perché lo possano ri-costruire. Magari nello stesso modo in cui lo hanno precedentemente visto, magari in una forma diametralmente opposta.

E questo può avvenire esclusivamente se gli si concede lo spazio di manovra mentale che questa operazione necessita. Senza coercizioni, minacce o (paradossalmente) semplificazioni.

gli adolescenti non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere

In questo, mi duole dirlo, Lei è stato un po’ carente. Anche se, mi piace ribadirlo, si tratta di un meccanismo faticoso perché (diciamocelo) anche noi adulti siamo passati attraverso questa esperienza: costruire un nostro pensiero coerente a dispetto di ciò che altri adulti (come noi, ma prima di noi) cercavano di mostrarci.

Come a dire che siamo stati noi i primi a vivere la frustrazione di ereditare un mondo che non sentivamo nostro, che non ci piaceva del tutto e che avremmo voluto diverso. 

Ricordo molto bene quanta fatica ho provato, durante la mia adolescenza, nel “maneggiare” un qualcosa che non sentivo mio, che non mi apparteneva, che mi travolgeva con le sue regole, imposizioni, convenzioni sociali che non comprendevo e che volevo sgretolare.

Se oggi sono l’adulto [imperfetto] che sono lo devo anche all’adolescente che sono stato. Ma lo devo, soprattutto, a chi non ha cercato di soffocare le mie convinzioni. Anche quando avevano ragione (e con il tempo l’ho riconosciuto, se non a parole, almeno nei comportamenti).

Se sono l’adulto che sono lo devo agli adulti che hanno rispettato l’adolescente che ero.

cambiamento

Sia chiaro: non sto parlando di adulti che hanno assecondato ogni mia inclinazione, idea o convinzione. Anzi. Mi sto riferendo ad adulti che hanno rispettato il mio processo di crescita, che hanno cercato di guidarlo senza necessariamente indicarmi quella che secondo loro era la giusta via e che mi hanno supportato nell’apprendere la capacità di avere delle idee. E di cambiarle quando queste erano errate. Riconoscendo l’errore.

Perché sbagliare è umano. Ma è ciò che fai dopo l’errore che ti qualifica.

E qui arriviamo al secondo punto: la capacità di ammettere l’errore.

Leggo infatti proprio oggi la Sua dichiarazione su quanto avvenuto. Le Sue scuse.

Mi permetta una piccola (ma amichevole) gomitata al fianco che sono certo potrà comprendere bene: le scuse sono un buon inizio ma non sono sufficienti.

Questo è un argomento a me particolarmente caro perché passo le giornate con adolescenti che, dopo un comportamento sbagliato, chiedono scusa pensando che questo sia sufficiente per ottenere il perdono. A questi adolescenti rispondo che chiedere scusa senza cambiare comportamento è la strada più facile, meno faticosa, per mettersi la coscienza a posto. Che le scuse non possono essere un alibi.

Purtroppo se alle scuse non segue una modifica del comportamento si rischia di svuotare di significato qualcosa di importante. Nemmeno i bambini se la cavano semplicemente scusandosi, e noi adulti lo sappiamo bene.

E qui sono a proporLe una sfida faticosa ma importante: è disposto a fare qualcosa perché le Sue scuse assumano un valore? Senza sconfessare le sue credenze, la sua appartenenza politica o le sue convinzioni. Semplicemente trasformando un problema in una risorsa.

Pensa di essere sufficientemente adulto per tramutare il suo “di idioti in classe non ne voglio” in “convincetemi che nella mia classe non ci sono degli idioti“?

Questo sarebbe un modo per rendere costruttivo ciò che, al momento (almeno ai miei occhi), è solo distruttivo. Aiuti i suoi studenti (se e quando potrà confrontarsi ancora con loro, quando avrà la possibilità di rientrare in classe) a ragionare sul significato della partecipazione a una manifestazione, a un evento, a un’azione. Con un tema, un lavoro di gruppo, un video, un compito di ricerca. Insomma, con qualsiasi cosa che serva anche a livello didattico.

Lasciando liberi i ragazzi di pensare e di sbagliare. O addirittura aiutandoli a farlo.

adolescenti che sbagliano

Poi a casa Sua (dove per casa intendo i luoghi che lei abita spogliato del suo ruolo istituzionale di docente, educatore, formatore) si senta libero di esprimersi come meglio preferisce.

Perché anche questa è libertà. E io la rispetto.

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