Ultima modifica 28 Aprile 2021

Si è appena conclusa una domenica faticosissima che ha visto me, moglie e figlia impegnati tutto il giorno in un interminabile torneo di pallavolo.
Una tappa fondamentale prima che inizi il campionato.
Un test importare per verificare sul campo (non in senso figurato) le fatiche di questi primi mesi di allenamento.

Alle 9.30 del mattino (con partenza un’ora prima, di domenica!) tutti presenti in palestra. Quattro partite (due al mattino e due al pomeriggio) intervallate da partite di altre squadre. Un panino con la salamella (nemmeno tanto speciale, ve lo devo dire) come pranzo e la voce che ormai è quasi sparita del tutto per il tifo urlato per ore.

partita di pallavolo

Tante aspettative da parte di tutti, genitori e ragazze. Un solo risultato: piazzamento al terzo posto (nonostante tutti sperassero in una vittoria).

La manifestazione si conclude con una cinquantina di ragazzine appena adolescenti sedute per terra ad attendere la premiazione. Dalla sesta classificata (su sei) alla prima.

Quello che osservo, nonostante la stanchezza, mi colpisce.
Non una lamentela, non un volto triste, non una lacrima.

A dispetto del posizionamento nel torneo sono tutte felici di come sia andata. Anche la squadra ultima classificata, orgogliosa di ricevere una scatola di cioccolatini di consolazione (da dividere) e felice della foto di gruppo scattata dagli organizzatori.

Cosa ci trovo di così strano, vi starete chiedendo.

Provate per un attimo a immedesimarvi in quella squadra. Quattro partite giocate e nessuna vinta. Nessuna. Immaginate la frustrazione che possono aver immagazzinato quelle ragazze. E invece no. Il sorriso illumina i loro volti tirati dalla fatica.

Ecco cosa ci trovo di così strano.

Mi domando quanto i nostri adolescenti siano abituati a gestire la frustrazione.

Gli adolescenti, oggi, sembrano non esserlo quasi per nulla. Abituati come sono ad avere la strada spianata, a vedere soddisfatto ogni loro desiderio, a non incontrare inciampi nel loro percorso perché prontamente scansati da noi genitori. Se il cellulare si rompe siamo subito pronti ad acquistarne uno nuovo (a volte prima ancora che si danneggi). Davanti a un brutto voto a scuola la tendenza è a minimizzare o a spostare la responsabilità su eventi esterni (il test troppo difficile, il prof che ce l’ha con i nostri figli, le valutazioni che non corrispondono al vero valore dello studente). Di fronte ad un qualsiasi rifiuto (amicale o amoroso) la necessità è di incolpare sempre l’altro, deresponsabilizzando i nostri ragazzi.

Ogni frustrazione può diventare fonte di stress e allora via, cerchiamo di eliminarne dal cammino dei nostri figli il più possibile. Perché altrimenti soffrono.

tollerare la frustrazione

Ammetto che è un istinto di protezione comprensibile e nel quale ogni adulto può, in buona fede, cadere.

Ma è così positivo evitare che i nostri ragazzi imparino ad affrontare e quindi gestire la frustrazione?

Con il termine frustrazione in psicologia si definisce lo stato emotivo che deriva da un desiderio o da un bisogno non soddisfatto. In pratica, ci sentiamo frustrati quando desideriamo qualcosa che, a causa di ostacoli di varia natura, non possiamo ottenere. La frustrazione si presenta anche quando, una volta ottenuto il nostro obiettivo, questo non si dimostra all’altezza delle nostre aspettative. Si tratta di una condizione psicologica che ci accompagna durante tutte le fasi di vita, sin dalla nostra nascita.

La società ipermoderna, però, da più parti continua a passarci il messaggio che ciò che è davvero importante sono il principio di piacere e la volontà di potenza e prestigio mettendo in secondo piano il motore principale della vita dell’uomo: la volontà di significato. L’essere umano ha bisogno di uno scopo che dia direzione alla propria vita, ha bisogno di un perché per poter vivere.

E questo senso non può essere trovato se non attraverso un percorso di crescita in cui è proprio dal valore della fatica fatta per il raggiungimento degli obiettivi che si trova la direzione. 

Imparare a tollerare la frustrazione, ad affrontare la fatica per superare gli ostacoli che la vita (inevitabilmente) ci pone di fronte è l’unico modo per imparare a non mollare, a proseguire nonostante gli inciampi. A diventare degli adulti sufficientemente pronti a non soccombere.

Diviene fondamentale, allora, il ruolo dell’adulto in questo percorso.

Un adulto che non sia spazzaneve ma accompagnatore.
Un genitore che sia in grado, per primo, di tollerare e gestire la frustrazione di vedere il proprio figlio fallire, capace di trasformare il fallimento non in una sconfitta ma in un insegnamento.

genitori iperprotettivi

Oggi il non aver raggiunto il risultato sperato nel torneo di pallavolo mi ha ricordato quanto sia importante, a volte, mettersi da parte e permettere ai nostri figli di commettere errori. Pronti ad aiutarli a rialzarsi dopo, non evitando che cadano prima.

Perché l’unico vero insegnante è l’esperienza.

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