Il dolore del parto: un lontano ricordo sbiadito dal sorriso dei miei figli

Ultima modifica 24 Ottobre 2019

48 ore di contrazioni ininterrotte.
Quattro arcate dentali incise sul braccio del marito.
Tre ostetriche sfregiate.
Bambini usciti col trinciapollo.
25 punti di sutura.

E’ partita la gara a chi ha avuto il parto peggiore.

Una sfida che riesce ancor meglio se, nel gruppo, c’è almeno una donna che non ha mai partorito.

No, non è al sadismo che si può attribuire la minuzia di dettagli con cui una donna, che ha partorito da poco racconta il dolore del parto. Tragico, epico e, soprattutto, splatter, in presenza di una povera ragazza che non è ancora passata dalla sala travaglio.
Si tratta, piuttosto, del bisogno di esorcizzare e di lasciarsi alle spalle un momento che, per alcune donne, è davvero difficile, doloroso e spaventoso.
Un’amica ostetrica mi ha raccontato che la frase: ”Sto morendo” è quella che ha sentito pronunciare più spesso, in tutte le lingue, dalle sue assistite durante il parto.

Il dolore del parto

dolore del partoPer me non è stato così: sono stata fortunata, forse, ma ho avuto due parti decisamente accettabili.
Per questo, quando mi trovo in un gruppo di donne in gara per aggiudicarsi il premio di “parto più trucido dell’anno”, non le biasimo. Molte hanno sofferto davvero.
Intervengo però dicendo la mia, per tutelare quella povera creatura, dalla patata integra e dal pancino incipiente, che si è trovata, un po’ per sbaglio, in mezzo a quel gruppo di assatanate.

In genere, i racconti del parto iniziano 48 ore prima della nascita del piccolo e questo, già da solo, è terrorismo.

Quando una donna dice “Mi sono partite le contrazioni”, la creatura ignara pensa subito a quei dolori lancinanti che si vedono nei film. Perché, si sa, chi non le ha mai provate non può sapere in cosa consistano le contrazioni e ignora come la loro intensità possa essere diversa a seconda di quanto esse distano dalla fase espulsiva.
E’ qui che, in genere, si insinua il mio primo intervento di incoraggiamento.

Dalla prima contrazione a quando la mia bimba è nata, sono passate solo sette ore e, per il secondo bimbo, addirittura, solo cinque.

A questo punto, solitamente, già le gareggianti ringhiano e pensano: “Ma questa che vuole? Ha avuto un fondello grosso così, è pure fuori gara, cosa parla a fare?”
Lo so che mi odiano, almeno quanto io ho odiato loro mentre raccontavano dei loro neonati letargici a me, che ormai non capivo più quando finiva un giorno e ne iniziava un altro.

So bene di essere stata una mosca bianca e che loro, poverette, hanno sofferto davvero.  Ma lei deve sapere che il dolore del parto può anche non essere così tragico come raccontano e deve poter sperare di avere la mia stessa fortuna.

Si passa, poi, a parlare di mariti.

“E il tuo non l’avresti picchiato?” Chiede una, alla concorrente più prossima.
“Bèh, io l’ho fatto” Risponde l’altra, soddisfatta, mentre la più estrema racconta, addirittura di aver mandato fuori il proprio compagno tacciandolo di sciovinismo e di inutilità.

A questo punto, mentre la principiante sta per mandare un SMS alla parrucchiera per chiederle di assisterla durante il parto al posto del marito, prendo la parola e racconto di come il mio, di marito, sia stato un compagno perfetto in sala travaglio.

Se tralasciamo quel momento in cui, durante il primo parto, nel bel mezzo di una contrazione mi ha chiesto due volte che ora fosse, irritandosi per non aver ricevuto pronta risposta, per il resto abbiamo riso e scherzato tutto il tempo.

Mentre aspettavamo l’arrivo di Diego, ci siamo anche inventati un gioco.

Quando sentivamo un urlo proveniente dalla sala travaglio, per esorcizzare la mia paura, lo spiegavamo con situazioni estranee al parto.
“Povera, è scivolata sulla buccia di banana” oppure “ E’ l’urlo dell’infermiera… le aveva detto di spingere e lei l’ha spinta, giù dalle scale!”.

Passavamo il temo a ridere, poi arrivava la contrazione, con momento serietà annesso, e dopo ripartiva il gioco.

Arriva poi il culmine: la fase espulsiva ed è qui che nemmeno il colossal più realistico sulla Passione di Gesù riesce ad essere più straziante.
Si va da racconti di spinte infinite a ostetriche che fanno snowboard sul pancione, passando per sonde spaziali infilate in quelli che un tempo furono minuscoli e regali orifizi, per arrivare a punti, mezzi punti, punti croce, ricami, orli e merletti che fatti così bene non si vedono nemmeno in un atelier di moda!

No, non è stato così per me. Lo racconto alla santarellina scalza che, quatta quatta, sta già contattando la compagnia assicurativa più competitiva in RC perineo e assicurazione vulva e incendio.

I punti che hanno dato a me, dopo i miei due parti, non basterebbero a riparare un buco di un calzino, nemmeno quello procurato dall’unghia incolta del mignolo!

La mia prima fase espulsiva, quella per dare la luce a Sara, lo ammetto, è stata un po’ più lunga. Complice il fatto di aver seguito i consigli di un’ostetrica un po’ passatella ma con Diego è durata davvero un attimo. Tutto è stato nel trovare la mia posizione e nello spingere con tutta la voglia che avevo di vedere il mio bambino!

neonatoAlla fine dell’animata chiacchierata, mi avvicino alla futura mamma e le racconto con le lacrime agli occhi che, io, durante quelle due notti trascorse al sesto piano dell’ospedale di Rivoli, ho aspettato con fiducia che l’alba illuminasse il Castello della città in cui sono cresciuta e che potevo osservare dalla finestra.

Le confesso di essere arrivata col buio di una notte in cui tutto può succedere.
Buio che però è svanito a poco a poco, durante le ore in sala parto.
Ad ogni contrazione, una stella si spegneva, ad ogni spinta, un raggio di luce trafiggeva il cielo.

Forse non è vero che non ho conosciuto il dolore del parto.

Forse è solo che quel dolore è tramontato appena ho visto il sole albeggiare sulla mia città e negli occhi dei miei figli.

2 COMMENTS

  1. Brava Francesca! Bellissimo articolo, anche io sono di quelle “fortunate”, ma ricordo vivamente che i primi giorni dopo il primo parto ero sconvolta e volevo esorcizzare, come dici te, raccontando a tutti com’era andata. Ero sconvolta, ma come tutto … è passato, tanto è vero che ci sono “ricascata”. La voglia di avere un frugoletto tra le braccia vince su tutto, anche la paura.

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