Ultima modifica 17 Giugno 2023

Parolacce e bambini è un binomio che interessa molto i genitori.

In generale tutti noi adulti ne diciamo tante, troppe, ma del resto la maggior parte sono, purtroppo, talmente sdoganate che capita di dirne anche in contesti poco consoni, come al lavoro, o parlando con estranei.

Si è decisamente perso, negli ultimi 50 anni, rispetto per la nostra ricchissima lingua, anche forse per noi stessi, ma soprattutto la frenesia in cui viviamo ci fa pensare molto poco a ciò che si dice. Non c’è tempo di pensare, bisogna “dire”. Siamo tutti nervosi, sempre, e il nervosismo si sa, genera parolacce.

C’è poi da dire che siamo l’unico paese al mondo a bestemmiare (alcuni dialetti addirittura come “innocente” intercalare). Il paese che ospita il Vaticano, il paese con più cattolici al mondo.

Abbiamo una tale varietà di parolacce che quelle che una volta, non sto parlando di duecento anni fa, ma di circa trenta, erano considerate impronunciabili da un bambino, oggi siamo noi stessi che li incoraggiamo a dirle perché “sono così buffi!”.

Vi faccio un esempio: a casa mia dire “schifo” o “cacca” o “scemo” era motivo di sonori ceffoni.

Dunque tutto è relativo.
Fino a un certo punto, però.
Nei testi per bambini, sappiamo bene, che parole di questo tenore si trovano spesso.

Parolacce e bambini - Caccapupù

Ma che succede quando l’imprecazione ci “stona?” O quando sono state scelte dall’autore o dal traduttore, parole che se sentite in bocca a un bambino proprio non vanno?

Parolacce e bambini si fanno l’occhiolino da sempre: parole proibite e quindi ambitissime.

Non sto parlando di parolacce conclamate, naturalmente, ma di tutte quelle parole che sono al limite: c’è chi le accetta e chi no. Dipende dal contesto, dipende dall’educazione, dipende da cosa ci si aspetta in un libro.

Parole del calibro di “cretino”, “scemo”, “schifo”, “cavolo”, “cacca”, eccetera.

Un libro deve mantenere quell’aura di insegnante della nostra lingua o deve essere aderentissimo al parlato?

Ho chiesto a due editori di parlarmi di questo argomento, proprio perché entrambi hanno in catalogo libri con parole di questo genere, anche se usate in contesti diversi e quindi con una valenza molto lontana.

Francesca Archinto per Babalibri mi racconta che quando un testo arriva all’attenzione dell’editore, in lingua originale, viene fatto un lavoro di studio e riflessione prima della traduzione e quindi pubblicazione. Ogni parola viene pesata pensando al ruolo importantissimo che deve avere un libro per bambini.

Dato che nel parlato non si usa quasi più il congiuntivo, dovremmo eliminarlo in un testo per bambini? mi dice Francesca Archinto.

Spunto interessante, perché è proprio quello a cui mi riferivo.

E’ vero che nel parlato, soprattutto di noi adulti, tolleriamo molte cose, ma non dovremmo preservare la purezza della lingua per trasmettere ai bambini il concetto che è vero, ti è scappata una parolaccia, ma ricordati che tale è?

Per quanto riguarda il catalogo Babalibri mi riferisco in particolare a Caccapupù di Stephanie Blake, Cornabicorna di Magali Bonniol e Che rabbia! di Mireille d’Allancè.

In questi testi abbiamo rispettivamente il titolo, la strega che ne dice di tutti i colori a Pietro (per la miseriaccia, testa di pollo e via così) e infine Roberto che dà dello stupido al mostro che ha rotto il suo camion preferito.

Parolacce e bambini - che rabbia

Allora? In questo caso sono tollerate? Si possono dire?

Nella versione francese, ad esempio, caccapupù era cacca a forma di salsicciotto e apprezzo molto la traduzione italiana in una somma delle due parole preferite dai bambini, ma diciamo abbastanza innocenti, piuttosto che la traduzione letterale che sarebbe suonata davvero volgare.

La stessa cosa vale per Che rabbia! in cui la versione francese di stupido era imbecile che, mentre in francese ha una valenza molto meno forte, in italiano sarebbe stato non uno sfogo impulsivo credibile in un bambino beneducato, ma sarebbe sembrata proprio un’imprecazione.

In Cornabicorna è una strega a parlare ed è chiaro che le streghe fanno e dicono cose sbagliate, è legata al personaggio buffo, sono poi parolacce che nessuno direbbe mai a meno di essere una nonna bicentenaria! A nessun bambino verrebbe spontaneo farle proprie, se non con l’intento di far ridere un adulto!

Parolacce e bambini - Cornabicorna

Se in testi di altre case editrici si trovano parole più forti, però, non significa che non sia stato fatto un buon lavoro o un lavoro del tutto, da parte di traduttore ed editore. Potrebbe semplicemente essere una scelta di essere assolutamente aderenti al linguaggio comune, che però non è comune a tutti …

Babalibri, e devo dire, anche se non dovrei essere di parte, che concordo con loro, è del parere che un libro debba mantenere quell’aura di rispetto, quel ruolo magico di leggero distacco in cui i testi sono scritti in una lingua corretta, una lingua da non dimenticare, da preservare.

Un ruolo di perfetto gentiluomo anche se magari alle volte meno realistico.

Dico “meno” non “per niente” realistico, perché è importante che i bambini si riconoscano nelle storie e nei personaggi senza arrivare a esagerazioni come quella fatta da alcuni paesi o case editrici che modificano storie (come ad esempio Cappuccetto Rosso) in cui compare il vino al tavolo dei commensali perché potrebbe veicolare un messaggio sbagliato.

Come sempre avere attenzione va bene, ma senza scadere nell’esagerazione.

La prossima settimana vi racconterò il parere di Zoolibri in merito al libro che, a dirla tutta, ha dato il via a queste mie riflessioni.
Vi aspetto per sentire l’altra campana allora.. chissà cosa ci racconteranno!

Classe 1979, testona per DNA e per vocazione personale. Mamma di due meraviglie (ovvio) della natura Tiziano 2013 e Alice Testaduracomegranito 2015, moglie del mio grande amore Marco che è dovuto gioco forza diventare un folletto saltellante anche lui.

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