Sognavo una famiglia numerosa poi ho assaggiato il Picolit!

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Da bambina non giocavo mai a fare la mamma.
Giocavo, il più delle volte, a fare la sorella o il fratello.

Nella mia fantasia, però, la famiglia in cui si inseriva il mio personaggio immaginario era sempre una famiglia numerosa.

D’altra parte, dalla televisione giungevano messaggi univoci sul fatto che una famiglia, per essere cool, dovesse essere “tanta”. i Robinson, La Casa nella Prateria, Arnold, Genitori in Blue Jeans e 7th Heaven sono solo alcuni esempi di serie televisive i cui protagonisti erano parte di famiglie del tipo “conigliesco”.

Quelle famiglie in cui c’era sempre qualcuno pronto a capirti e a consolarti e in cui non ci sente mai soli mi davano un senso di sicurezza e di protezione.

famiglia numerosa

Così, qualcosa deve essere scattato in me e, verso i nove anni, decisi di sottoporre mia mamma ad un pressing serrato, giorno e notte, per strappare un fratellino, o, eventualmente, un’altra sorellina, per cominciare. L’espressione, inorridita prima e indifferente poi, di mia mamma, mi aveva, da subito, fatto presagire che mia sorella maggiore ed io saremmo rimaste “figlie uniche”.

Fu lì che nacque il mio desiderio di rivalsa.

Se nessuno voleva crearla per me, allora, avrei creato io una famiglia numerosa.
In fondo, bastava trovare un giovane esemplare di rabbit, mettere su gabbia e rimediare tante provviste per l’inverno. Una copulazione assidua e impenitente, poi, avrebbe facilitato di molto le cose e incentivato non poco il giovane coniglio.

Purtroppo, però, non ho propriamente le sembianze di una coniglietta, men che meno di Playboy. Quindi anziché un esemplare di rabbit, nel mio cortile, è arrivato un ingegnere che, passata la fase del cieco innamoramento, in cui prometteva una ricca discendenza, dopo due nidiate, scarne ma ravvicinate, ha cominciato a farmi notare alcune cose.

1.Quelle sporgenze che abbiamo sulla testa non sono le orecchie da conigli ma capelli dritti, dovuti alla scarsità di incontri col parrucchiere e alla nullità di tempo per darsi una sistemata.
2. Il colore rosso che assumono talvolta i nostri occhi non è perché discendiamo dai conigli, come io credevo, ma è perché, dopo una nottata insonne da genitori, ci si iniettano di sangue.
3. Gli incisivi sporgenti, che a volte fanno capolino dalla nostre labbra, tutt’altro che leporine, non sono dovuti ad una mutazione genetica che fa supporre l’imminente leprottizzazione ma, semplicemente, sono la strategia della “specie genitore” che tenta l’evoluzione verso un modo di tritare  il pasto prima che i bimbi comincino ad alzarsi da tavola e a fare danni.

mamma coniglioInsomma, mio marito, cogliendomi completamente impreparata, stava cercando di dirmi qualcosa.

Ovvero che avevamo contribuito abbastanza alla demografia nazionale.

Ancora una volta, ho messo in atto lo stesso pressing a cui sottoposi, anni prima, mia mamma e, ancora una volta, il risultato è stato quello di lasciare due poveri fratelli, figli unici.
Ben presto, la squadra di calcio che sognavo è diventata una team di calcetto, per poi ridimensionarsi ancora ma le parole del Papa mi illuminarono:”Cattolici, non fate figli come conigli!” Recitava lui al ritorno da un viaggio in Asia, lasciando intendere che il numero perfetto di figli per coppia fosse Tre. “Ok”, pensai, “Mi hai convinta Francy!” Ma niente, il CT della squadra di cui ero Presidente, aveva chiuso le convocazioni e pareva essere davvero irremovibile.
Col tempo, ho imparato a capire e a condividere la scelta di restare in quattro, che ha degli innegabili vantaggi, soprattutto ora che, ormai i miei cuccioli stanno crescendo.

Ci ho messo un po’ a rassegnarmi perché avrei dato qualsiasi cosa pur di avere la possibilità di diventare ancora mamma, di dare un altro fratellino o sorellina ai miei bimbi e di vedere di nuovo mio marito con un piccolo tra le braccia, con quell’ adorabile espressione mista di insofferenza ed innamoramento

Ho tentato di uscire di gabbia per non pensarci troppo ma tutto, intorno a me, parlava di famiglie numerose, gravidanze multiple, allattamento a richiesta , pannolini, primi passi.

Insomma la gravidanza isterica era dietro l’angolo!

Il gruppo di studenti al museo, per me non era una scolaresca ma una famiglia numerosa e la mia, di famiglia, mi sembrava così piccina al confronto!
Il meteorismo, poi, si trasformava, nella mia fantasia, in dolci calcetti di un non meglio identificato feto dentro me e la tensione mammaria premestruale era sicuramente una montata lattea!
Mesi, anni, passati a programmarmi la vita in funzione della mia prossima, improbabile, gravidanza, che avrebbe reso, finalmente, la mia, una famiglia numerosa e avrebbe fatto felice più il Papa che il papà!

Picolit
Poi, un giorno, essendo un’ esperta nel degustare vini, ho assaggiato il Picolit, un vino friulano soprannominato “Il Nettare dei Papi”.

Dolce, vellutato, intenso, unico e dal colore dorato.
Difficilmente abbinabile, forse proprio perché basta a se stesso. Il suo sapore, inconfondibile e ricco, è dovuto ad un fenomeno, chiamato acinellatura, che consiste in un aborto floreale, a causa del quale solo pochi acini dell’intero grappolo si sviluppano e giungono a maturazione, custodendo una concentrazione assoluta di sostanze. Insomma, pochi acini ma favolosi.

E’ lì che ho avuto l’illuminazione, e, visto il prezzo di questo vino, non potevo nemmeno essere ubriaca: forse non sono nata coniglio, come credevo, ma grappolo di Picolit, destinato a dare vita solo a poche, eccezionali, irripetibili creature.

Forse anche Papa Francesco mi perdonerebbe per non essere arrivata al numero perfetto, come da lui consigliato. Se volesse ascoltare le mie motivazioni di fronte ad una bottiglia di “Nettare dei Papi”..offro io, naturalmente!

® Riproduzione Riservata

Vivo in Val di Susa, un posto in cui ancora i vicini si scambiano i biscotti fatti in casa ed i bambini crescono insieme. Due figli, un marito, un diploma di sommelier e una piccola ditta che seleziona e rivende vini di qualità. Da qualche tempo, ho anche realizzato il mio sogno di creare un blog sull'enoturismo.

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