Da quando SONOMAMMA fumo di meno

Ultima modifica 24 Agosto 2015

Da quando sono mamma fumo di meno. Lo dico orgogliosamente, perché ai tempi dell’Università, soprattutto se sotto esame, il pacchetto finiva lo stesso giorno in cui l’avevo acquistato.

Oggi, arrivo al massimo a tre sigarette al giorno, con picchi di “castità” in alcuni giorni in cui, per mancanza di tempo, lo sottolineo, non fumo nemmeno una sigaretta.Le poche sigarette che accendo sono quelle “dovute” per un fumatore: dopo pranzo, dopo cena, un’altra durante la serata se i bambini me lo consentono.

Ovviamente, i luoghi in cui mi permetto di fumare sono quelli che non prevedono l’aspirazione del fumo passivo: il balcone, la strada.

La mia morigeratezza è iniziata non appena ho ricominciato a fumare dopo l’astensione durante la gravidanza. Quando passeggiavo per Milano, con la carrozzina che conteneva il mio Samuele, effettuavo una torsione del capo ai limiti di quanto concesso dalla fisica del nostro corpo, onde evitare che qualsiasi particella derivante dalla sigaretta, che fosse fumo o cenere, finisse in prossimità del suddetto pargolo.

Ciononostante, le occhiatacce di coloro che pensano che siccome sei diventata mamma allora in automatico devi smettere di fumare, bere bevande alcoliche, indossare scarpe con il tacco, dire parolacce, pensare male di qualcuno, possibilmente di lavorare se questo non si concilia con il tuo nuovo ruolo sociale, arrivavano e coglievano nel segno, arrivando a provocare nella sottoscritta anche, indovinate, qualche timido senso di colpa.

Nessuno pensa che grazie all’informazione scientifica di cui disponiamo oggi abbiamo finalmente capito che non è il caso di fumare in luoghi chiusi ove siano presenti bambini (ci aggiungo donne incinte e magari non fumatori, perché credo che in generale valga il concetto “la mia libertà inizia dove finisce la tua) e quindi ci limitiamo a fumare all’addiaccio nonostante spesso le condizioni climatiche dovrebbero scoraggiarci.Quel che conta è che, siccome il fumo è un vizio inutile, in quanto etimologicamente collegato al termine “vezzo”, se il tuo status sociale cambia e diventi genitore, anzi nello specifico genitrice, non puoi assolutamente immaginare di conservare la tua propensione al vizio.

Non mi si fraintenda: non parteggio per le mamme stile Courtney Love, non sono una fan degli eccessi tout court, quello che intendo dire è che se ho la delicatezza e l’attenzione, che reputo dovute e necessarie  per i miei bambini,  e opto per una limitazione del fumo, ma senza rinunciarvi, così come non rinuncio ad un aperitivo con le amiche o al tacco dodici quando esco di casa, non dovrei essere guardata come se stessi attentando alla vita dei miei figli. Il tema è ampio, perché credo che le stesse occhiatacce non vengano rivolte ai papà, e questo mi sembra ovvio in una società in cui si dà per scontato che chi debba rinunciare ad alcuni aspetti della vita, dal più serio al più faceto, sono le donne. Ma la mia non è un’arida polemica vetero-femminista.

Credo fermamente che, sebbene un figlio ti modifichi GIUSTAMENTE la vita, ci siano degli aspetti e delle caratteristiche delle persone in quanto persone, e non in quanto genitori,  che possono essere conservati. Il nucleo centrale, secondo me, è che a prescindere dallo status sociale che ci viene attribuito quando diventiamo genitori, dovremmo essere lasciati liberi di vivere la nostra esperienza di genitorialità e la relazione con i nostri figli, facendo tutti gli errori che, sacrosanti, ci aiuteranno a compierci come genitori, appunto.

Ecco, mi sono scaldata, scrivendo di questo tema. Credo sia arrivato il momento di una sigaretta.

Esco, e la accendo.

Valentina Cozzoli

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