Delocalizzare? Dura lex sed lex

Ultima modifica 24 Agosto 2020

 

Non piace a nessuno l’idea di migliaia di dipendenti lasciati per strada.Unknown
Non piace a nessuno l’idea di pagare il 68% di tasse.
Non piace a nessuno l’idea di spostare azienda e produzione all’estero.
Quindi, come fare?
La soluzione non c’è, perché in tempi difficili come questi l’unica possibilità di sopravvivenza per le imprese è delocalizzare, andare all’estero, dove tasse, dipendenti e materie prime costano meno.
Certo è, o dovrebbe essere, l’ultima spiaggia, dopo aver provato a diversificare, ad investire in ricerca e formazione per inventarsi un valore aggiunto che consenta di galleggiare, dopo aver provato a ridurre numero e monte ore dei lavoratori, aver introdotto i contratti di solidarietà, cig, cigs, cassa in deroga (sono tutte forme cassa integrazione). Senza dimenticare poi la comunicazione, il marketing, le strategie imprenditoriali per rilanciare i consumi. Balle!
Il vero problema della maggior parte delle aziende in questo momento si chiama tasse! E quando non sono le tasse è la liquidità, perché le banche hanno smesso di erogare credito.

Bene è proprio per questo che oltre ad Electrolux, che minaccia di andarsene, sono state circa 300 mila le imprese, che avevano sedi in Italia, a prendere il volo.

FIAT: stabilimenti aperti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina. Circa 20. 000 posti di lavoro persi, dai 49. 350 occupati nel 2000 si arriva ai 31. 200 del 2009 (fonte: L’Espresso).
DAINESE: due stabilimenti in Tunisia, circa 500 addetti; produzione quasi del tutto cessata in Italia, tranne qualche centinaio di capi.
GEOX: stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30. 000 lavoratori solo 2. 000 sono italiani.
BIALETTI: fabbrica in Cina; rimane il marchio dell’ “omino”, ma i lavoratori di Omegna perdono il lavoro.
OMSA: stabilimento in Serbia; cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane.
ROSSIGNOL: stabilimento in Romania, dove insiste la gran parte della produzione; 108 esuberi a Montebelluna.
DUCATI ENERGIA: stabilimenti in India e Croazia.
BENETTON: stabilimenti in Croazia.
CALZEDONIA: stabilimenti in Bulgaria.thumb.php
STEFANEL: stabilimenti in Croazia.
TELECOM ITALIA: call center in Albania, Tunisia, Romania, Turchia, per un totale di circa 600 lavoratori, mentre in Italia sono stati dichiarati negli ultimi tre anni oltre 9. 000 esuberi di personale.
WIND: call center in Romania e Albania tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori. H 3 G: call center in Albania, Romania e Tunisia tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 400 lavoratori impiegati.
VODAFONE: call center in Romania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori impiegati.
SKY ITALIA: call center in Albania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 250 lavoratori impiegati. Nell’ultimo anno sono stati circa 5. 000 i posti di lavoro perduti solamente nei call center che operano nel settore delle telecomunicazioni, tra licenziamenti e cassa integrazione.

E la lista, purtroppo, è ancora lunga.
Finché, infatti, lo Stato non predisporrà incentivi per tenere le aziende ben radicate all’Italia il numero di quelle che emigreranno continuerà a salire. Poveri lavoratori.

Elisa Costanzo

 

 

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