Disturbi sessuali: qual è il confine tra normalità e patologia?

Ultima modifica 18 Giugno 2018

Quante volte mamme vi balena per un attimo la fantasia di ‘abbandonare’ il vostro bambino durante l’ennesimo pianto sdraiati per terra in mezzo alla strada?

Ma ovviamente non lo fate, lo prendete e lo coccolate.
Non siete cattive madri. Non per il solo pensiero. Anzi.

Questa premessa è necessaria per comprendere la terminologia che userò e cioè quella del DSM.

Innanzitutto di che cosa si tratta?

Il DSM è la Bibbia per chi lavora in Psichiatria, è il Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali scritto dall’APA, l’American Psychiatric Association. Viene aggiornato negli anni poiché ovviamente deve “restare al passo coi tempi”. La psichiatria si evolve; ebbene sì, anche lei.

Ora parliamo di Disturbi Sessuali.

O meglio ancora delle Parafilie, che fanno parte dei Disturbi Sessuali e dell’Identita di Genere, caratterizzate da ricorrenti e intensi impulsi o fantasie sessuali che implicano oggetti, attività o situazioni inusuali e causano disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento.
Mi fermo subito però.

Moltissime persone hanno fantasie sessuali e comportamenti sessuali atipici.

La sessualità è spazio di sperimentazione e di gioco e di creatività per cui può assumere forme molto diverse.
Il fatto che, ad esempio, ci si ecciti leggendo un libro erotico, con un role playing, facendo indossare al partner un determinato tipo di biancheria o facendo pratiche particolari costituisce una parafilia, ma questa non è una psicopatologia.

Non si tratta di un disturbo mentale per intenderci.

Per poter porre una diagnosi di Disturbo Parafilico oltre a questo criterio è necessario che le persone con questi interessi atipici presentino:

-angoscia personale che non si limiti alla sola disapprovazione sociale;
-disagio psichico e/o fisico, comportamenti che comportano lesioni fisiche o morte del partner;
-comportamenti sessuali che coinvolgono persone incapaci di dare un valido consenso.

In pratica, secondo il DSM 5: desiderare soltanto significa avere un comportamento sessuale atipico. Desiderare e agire significa avere un disturbo parafiliaco.

A proposito di quello che dicevo all’inizio.

Nel Disturbo Parafilico il soggetto, oltre ad avere un intenso e persistente interesse sessuale per particolari attività erotico-sessuali, vive l’esperienza e i vissuti parafilici con disagio, tanto da arrecare danni a se stesso e/o agli altri.

Due i gruppi in cui si racchiudono i disturbi:

1) Predilezione per attività inconsuete, dove sono presenti tutti quei disturbi che rappresentano un particolare scostamento dalle fasi del corteggiamento come il Disturbo Frotteuristico (ha una compulsione a strofinarsi su persone estranee, specialmente in ambienti affollati), il Disturbo Vouyeuristico (persona si eccita spiando altri che praticano sesso o si denudano) e il Disturbo Esibizionistico (riguarda la persona espone i propri genitali ad estranei), ma anche quei disturbi “algolagnici” che implicano dolore e sofferenza come il Disturbo da Masochismo Sessuale e il Sisturbo da Sadismo Sessuale (legati alla ricerca dell’eccitazione tramite la dominazione e la sottomissione del partner, accompagnate da sofferenza fisica e psicologica)

2) Predisposizione per l’atipicità dell’oggetto sessuale, dove l’interesse e l’attenzione sono rivolti verso altri esseri umani, ma anche dove il soggetto sperimenta un’attenzione intensa e persistente rivolta altrove come nel disturbo feticistico la persona si sente eccitata da alcuni oggetti, più frequentemente indumenti intimi (slip, reggiseno, calze a rete, calzini da tennis…), scarpe (tacchi a spillo, stivali, anfibi, scarpe sportive… ) e accessori (borsette, collane, sigari…), oppure lega il proprio desiderio sessuale a parti anatomiche specifiche (piedi, capelli, naso, gobba, cicatrici…). Di questo gruppo fa parte anche il ben noto Disturbo Pedofilico.

Va da se che i criteri diagnostici con cui medici, psicologi e psichiatri definiscono alcuni comportamenti o “pulsioni” cambiano nel tempo, con l’evolvere delle conoscenze nel campo di indagine specifico. Così come si tende a differenziare le cosiddette perversioni soft, che rientrano tra le pratiche sessuali alternative, da quelle hard.

Qual è allora il confine tra normalità e patologia?

Sgombriamo i dubbi di nuovo.

Per essere diagnosticato come un disturbo parafilico, il DSM 5 richiede che persone con questo interesse lo vivano con personale angoscia, o abbiano un comportamento sessuale che comporti un disagio psichico, delle ferite o la morte di un’altra persona o un comportamento sessuale che coinvolga altre persone incapaci di dare un valido consenso.

Alcuni di questi disturbi possono iniziare già nel l’adolescenza, meglio definiti poi con l’età adulta.

L’elaborazione e la modificazione di queste fantasie può continuare per tutta la vita del soggetto. Molti riferiscono che le fantasie sono sempre presenti ma variano a seconda dei periodi di intensità.

I disturbi tendono ad essere cronici e a diminuire con l’avanzare dell’età, ma ad aumentare invece in momenti di stress.

Quali sono le cause?

Le cause di questi gravi disturbi non sono ancora del tutto chiare, nonostante ci siano diversi studi che sottolineano l’importanza dei fattori biologici nella diagnosi e ci sono ovviamente ragioni psicologiche che giocano un ruolo nel determinare la scelta della parafilia e il significato sottostante agli atti sessuali, come ci hanno descritto moltissimi autori a partire da Freud.

La comprensione psicodinamica di un paziente coinvolto in un’attività sessuale perversa implica una comprensione esauriente del modo in cui questa perversione interagisce con la personalità del paziente stesso.

È possibile curarsi?

La terapia delle parafilie non è semplice, infatti, comporta notevoli difficoltà sia per la complessità di questo insieme di disturbi, sia a seguito della scarsa o assente motivazione di chi ne soffre a recarsi da un terapeuta.

Consultare uno psichiatra e uno psicoterapeuta e valutare insieme il lavoro da intraprendere sono i primi passi di un lungo percorso che può portare però anche a buoni esiti

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