Il posto fisso è davvero un tesoro per tutti?

Ultima modifica 24 Agosto 2020

Mio nonno diceva sempre “Ognuno a modo suo” perché questa è la frase riportata sul campanile di Coazze, una cittadina delle mie valli. In effetti, lui, in quelle valli ci ha fatto il partigiano, al freddo, sotto la neve, mentre il nonno di mio marito, negli stessi anni, nella sua Calabria, raccoglieva olive sotto il sole cocente.
Hanno faticato entrambi, ognuno a modo suo.

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“Ognuno a modo suo” è anche il mio mantra che mi ripeto, soprattutto quando cerco di mettermi nei panni altrui interrogandomi sul perché si possano prendere decisioni tanto diverse gli uni dagli altri.
La situazione non è mai identica, mai.
Ognuno ha la propria storia, ognuno ha i propri limiti, le proprie attitudini, le proprie fortune ed i propri deficit e ognuno, con tutte queste variabili deve fare i conti; non è matematica, dunque, il risultato non sarà mai il medesimo. C’è una cosa, però, che non sopporto e sono coloro che, invece, ragionano per teoremi, per assiomi e per regole usando come formule quelle insopportabili frasi fatte.

“Una donna non può stare a casa nel 2016”, “Chi non lavora non è indipendente”, “Per vivere ci vogliono due stipendi al giorno d’oggi”, “Chi sta a casa a crescere i figli è una mantenuta”.
Ma di quali stipendi parlano? Dei propri.
A quali spese si riferiscono se non alle proprie?

Al di là del fatto che abbia figli o meno, credo che siano due i motivi per cui una persona si alza ogni mattina per andare al lavoro: la busta paga e/o la passione.

Detto che le persone che hanno la fortuna di avere un lavoro appassionante sono davvero poche, bisogna ammettere che si va a lavorare soprattutto per la pagnotta!
Allora è sempre vero che andare a lavorare è redditizio?
La mia risposta è, come sempre, che ogni situazione è differente dalle altre e, per esaminare la questione, non posso che raccontare la mia esperienza. Nel mio caso infatti, la risposta è stata negativa, per lo meno se, quando si parla di lavoro, si intende un lavoro con orario fisso e modalità tradizionali.

Prima di avere i miei piccoli, abbandonai un posto da favola (per gli altri) in una delle più prestigiose aziende piemontesi perché sapevo già che non sarebbe stato conciliabile con la mia idea di famiglia e con la convenienza.

Tutti mi guardavano come un’aliena: la pazza che, in tempi di crisi, osa lasciare un posto fisso e ben pagato in un’azienda solida.

A volte ho avuto anche il dubbio di essere pazza davvero, a forza di sentirmi dire che avevo fatto una cavolata, ma oggi, con due figli, una casa, un marito manager, un orto e nessun aiuto fisso, so che il mio posto non era lì, a 35 km da casa a ricoprire una posizione senza orari.

Avrei dovuto pagare qualcuno che seguisse i miei bimbi per docici ore al giorno, che mi facesse le pulizie in casa e che cucinasse per la famiglia, il tutto senza un briciolo di amore e dedizione, mentre io, senza amore e dedizione, svolgevo un lavoro che mi dava diritto ad uno stipendio da girare quasi in toto alla mia colf.

Sì certo, agli occhi di tutti sarei apparsa molto indipendente e produttiva rispetto ad ora che lavoro con più flessibilità ma, credetemi, economicamente non mi sarebbe convenuto.

Prima di decidere di abbandonare l’idea del lavoro dipendente, feci un piccolo bilancio stimando quali fossero le reali spese legate al fatto di andare a lavorare in posti e in tempi stabiliti da altri ed eccone un riassunto in termini mensili:

  • Benzina: 100 euro
  • Mensa scolastica dei bimbi (che evito perché ho scelto il modulo): 200 euro
  • Tata e aiuto domestico: 500 euro
  • Spesa stimata da attribuire alla fretta (spesa fatta di corsa, la pizza presa perché non si ha tempo di cucinare ecc.): 150 euro

Ecco quanto mi costava all’incirca il tanto agognato posto fisso. 950 euro. Praticamente uno stipendio!

A chi conviene il lavoro dipendente? A molti sicuramente sì, ma di sicuro non a me e, a dire la verità, le imposizioni mi sono sempre calzate un po’ strette, dunque, sono felice di poter fare “A modo mio.

Francesca Rolle

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