I figli sono davvero tutti uguali? Per la legge non ancora.

Ultima modifica 15 Febbraio 2021

Certo, diremo noi genitori: i figli sono tutti uguali!

Per la legge invece, non lo sono, non ancora.
E per certe associazioni non devono nemmeno esserlo.

Questa è la risposta de Le Nuove Mamme ad una polemica che, purtroppo, non ha avuto nessuna eco sui mass media.

i figli sono tutti uguali

In breve: per la nostra legge i figli di genitori uniti in matrimonio sono legittimi, hanno fratelli, nonni e zii, rispetto ai quali hanno diritti ereditari.
Se invece mamma e papà non sono sposati il figlio è naturale. Una volta si chiamava illegittimo, e in Assemblea Costituente l’on. Umberto Merlin disse che, per questo, è degno “della maggiore considerazione e della maggiore pietà”.

I figli sono davvero tutti uguali?

In pratica, un figlio riconosciuto contemporaneamente dalla mamma e dal papà prenderà il cognome del papà. Ma può capitare che gli venga negata l’eredità del nonno, se il giudice aderisce all’idea per cui i figli naturali non hanno parenti.

Non basta:

Se uno dei suoi genitori ha una famiglia legittima, e vuole vivere anche insieme a questo figlio, deve avere l’autorizzazione del giudice e il consenso del coniuge e degli altri figli, quelli legittimi (art. 252);

Questi stessi figli legittimi, alla morte del genitore, possono tenere per sé tutte le cose (e anche la casa) del loro genitore, e i ricordi che gli sono legati, liquidando i fratelli naturali in denaro.

Ma la condizione più grave, che molti non conoscono, è quella dei figli incestuosi.

Per la nostra legge se i genitori sono parenti o affini in linea retta o in linea collaterale nel secondo grado (cioè sono padre e figlio, suocera e genero, fratello e sorella) non possono riconoscere il figlio (art. 254).

Può essere una relazione consapevole e libera, e in questo caso i genitori commettono il reato di incesto. Oppure può trattarsi di una violenza, di un abuso, e in questo caso le vittime sono due: chi è stato violentato e il figlio.
Riuscite ad immaginare quale ambiente familiare lo accoglierà?
E quante difficoltà dovrà affrontare?

La legge ci mette la sua, per aggravare la condizione di questo bambino.

Se vuole avere un padre e una madre e ricevere da loro il necessario per vivere deve essere avviare un processo civile, con l’assistenza di un curatore speciale, sopportandone le spese economiche e il peso psicologico.
Nel frattempo il genitore (o entrambi i genitori che abbiano vissuto consapevolmente questa relazione deviata) può vivere tranquillo la sua vita, sapendo che la legge gli consente di disinteressarsi di quel figlio, fino a quella – eventuale – sentenza.

Vi lascio immaginare quanto siano rari questi giudizi.

Per la vergogna della violenza spesso questi bambini vengono riconosciuti solo dalla madre nascondendo l’identità del padre, e non c’è nessuna rete familiare a sostenerla.
Questo perché, purtroppo, spesso si preferisce nascondere la violenza tra le mura di casa piuttosto che “lavare i panni sporchi” in piazza, e peggio in un’aula di Tribunale.

Un disegno di legge approvato prima dalla Camera e quindi dal Senato lo scorso 16 maggio pone fine a queste discriminazioni, creando l’unico “status”  di figlio, con identici diritti di mantenimento, cura, educazione, istruzione, a prescindere dalla relazione tra i genitori, che siano sposati o no.

Spariscono tutte le discriminazioni che ho ricordato prima, e si è finalmente consentito anche il riconoscimento dei figli incestuosi. Sotto il vaglio dell’autorizzazione del giudice e nell’interesse del minore, eliminando quell’odiosa discriminazione che segnava con un marchio a fuoco i figli della colpa.

Finalmente, appunto! È giusto, no?

Ed ecco  la polemica.
Secondo alcuni no, non è giusto.

Il Forum delle Associazioni Familiari, con l’avallo di Pontifex Roma (che si definisce blog cattolico non secolarizzato), diffonde un comunicato stampa, subito pubblicato da L’Avvenire, in cui scrive.

“Ammettere il riconoscimento dei figli incestuosi è un grave vulnus alla concezione della famiglia come convivenza ordinata e strutturata, in cui l’istinto sessuale trova espressione all’interno della coppia e il rapporto tra generazioni ne è esente. Per tutte le culture evolute l’incesto è un disordine inaccettabile ed è, nella stragrande maggioranza dei casi, frutto di violenza, fisica o psicologica”.

Ma che colpa hanno i figli, di questo “disordine inaccettabile”, di questa violenza?

Hanno forse fatto domanda in carta da bollo, o anche soltanto in carta semplice, per nascere da quei genitori? E quale dovrebbe essere la loro sorte, per espiare questa colpa?

Ecco qua la risposta del Forum delle Associazioni Familiari:

“Né può ritenersi che sia nell’interesse dei figli sapere, vedere certificata e pubblicamente conclamata la propria origine incestuosa: che percezione della famiglia, che educazione al rispetto di sé e dell’altro ne può derivare?”

Evidentemente queste  associazioni non sanno che la situazione di questi figli può già essere “certificata e pubblicamente conclamata”, attraverso quel processo di cui parlavo,  in forza di una famosa – ma evidentemente non per loro – sentenza della Corte Costituzionale del 28 novembre 2002, n. 494.

Allora si scrisse che qualsiasi figlio ha diritto a vedere riconosciuta, per la legge, la sua discendenza da suo padre e da sua madre, che siano figli legittimi, naturali o incestuosi.

Oggi, il Senato ha deciso, con un provvedimento  approvato da tutti gli schieramenti politici che “dalla condanna sociale e morale di un comportamento dei genitori non possono e non debbono derivare pregiudizi per i figli”, perché “le colpe dei genitori non possono e non devono ricadere sui figli”.

Ce lo impone anche la Convenzione dell’ONU sui diritti del fanciullo, che tutela l’uguaglianza di tutti i figli e del diritto di ognuno di avere un genitore, un nome, una famiglia; ce lo impongono il principio di eguaglianza sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione, e la tutela dei diritti fondamentali della persona, riconosciuti dall’art. 2 a fondamento del nostro ordinamento giuridico.

Ma soprattutto: quale cuore di papà e di mamma farebbe mai pagare a un bambino il “disordine” o la violenza per la quale è venuto al mondo? Perché di pagare si tratta, e le spese del giudizio di dichiarazione giudiziale di filiazione sono solo la minima parte.

L’incesto resta, in Italia, un reato punito dall’art. 564 del codice penale con la reclusione degli adulti: non vogliamo che continuino ad espiarlo i figli dell’incesto, con l’emarginazione sociale e giuridica.

Stefania 

2 COMMENTS

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